
Esiste un dolore fondamentale, che poi è il fatto più radicale con cui l’umano deve confrontarsi nella sua vita.
Esistere, ed essere gettati nell’esistenza, esposti e vulnerabili alla morte.
Esistere, in un mondo di cose cangianti, di cose che non durano oltre l’istante e, in questa mutevolezza, non sapere a cosa appoggiarsi.
Così, l’umano, per sopportare questo fatto fondamentale e capacitarsi, ha creato delle vie: filosofia, poesia, arte, religione, spiritualità…
Tutte espressioni di un tentativo di comprendere, dare senso, uscire dallo sgomento a cui questo fatto ci inchioda, nostro malgrado.
Nel rapporto che l’individuo intrattiene con questo fatto, si gioca la sua esistenza.
Ovvero: ciò che mi dico, quello che provo e ciò che faccio in rapporto alla gettatezza, all’essere vivo, nella consapevolezza della morte e dell’impermanenza.
Le vie spirituali cercano di fornirci degli strumenti per affrontare questo fatto fondamentale nel modo più lecito possibile, al fine di liberarci dalla sofferenza, intesa come rapporto erroneo con l’esistenza.
Restiamo umani, esposti e vulnerabili, ma affrontiamo questo dolore originario in maniera lecita.
Le vie ci dicono che possiamo ridurre notevolmente la sofferenza, fino ad emanciparci da essa.
Intorno a questo fatto fondamentale che riguarda l’umano nella sua condizione esistenziale, ci sono poi le nostre storie personali: le narrazioni, le biografie, ciò che ci diciamo, ciò di cui siamo convinti, ciò per cui patiamo o ci rallegriamo, ovvero c’è la soggettività, l’individuo.
Da un lato la filosofia, dall’altro la psicologia.
Da un lato la condizione umana, universale, dall’altra la mia storia personale, la soggettività che si esprime nella mia relazione con me stesso e con il mondo.
Due livelli inevitabilmente intrecciati e interdipendenti.
Quello che credo fermamente e di cui mi convinco sempre di più è che più sono capace di emanciparmi dalla mia soggettività, tanto più ho accesso alla dimensione esistenziale nella sua liceità.
Tanto più affronto bene e in maniera conforme la dimensione relazionale, il mio rapporto con me stesso e con il mondo, tanto più ho accesso alla dimensione spirituale conoscitiva.
Per la mia esperienza, non c’è un modo per bypassare la soggettività e la sofferenza relazionale delle nostre vite di individui.
Allo stesso tempo non c’è modo di accedere alla dimensione esistenziale, in maniera conforme, se non si attraversa quella relazionale in maniera etica.
Occorre fare un lavoro sinergico:
Ripulire la nostra soggettività dagli errori di sguardo, dalle convinzioni illusorie, da pretesa, illusione e amarezza.
Insieme a ciò, coltivare la consapevolezza come strumento conoscitivo, attraverso gli strumenti che le pratiche e le filosofie più antiche ci insegnano.
Lavorare se stessi, trasformarsi nel profondo.
Emanciparci, in parte, dalla nostra soggettività, per interfacciarci con il fatto fondamentale di esistere e instaurare con esso un rapporto lecito.
Questa è la fine della sofferenza.
Essere esposti alla morte, ma non esserne terrorizzati.
Non doversi più ottundere, distrarre.
Non dover più rimuovere questa consapevolezza perché angosciante.
Non dover fuggire da sé stessi e da certi pensieri.
Imparare a stare di fronte al dolore.
A volte piangere di commozione e gratitudine, per il solo fatto di esserci.
A volte inchiodati allo sgomento, dimorare nella profonda consapevolezza che nulla può annientarci nell’essenza.
Sapere e sentire che, finché sono vivo, devo inchinarmi umilmente a questa possibilità che mi è stata concessa,
e godere di briciole di bellezza.

