Il dialogo interno

DIALOGO INTERNO come ci rivolgiamo a noi stessi

Il modo in cui parliamo a noi stessi, dice molto sul “luogo” del cammino in cui siamo.
Dice molto sul grado di sofferenza di cui patiamo.

Le convinzioni a cui ci affidiamo determinano i nostri sentimenti, gli esiti dei nostri rapporti, il mondo che vediamo e realizziamo.

Il dialogo interno parla delle nostre parti.

Rappresenta l’insieme di versioni che ci compongono, che compongono la nostra soggettività.

Spesso lo ignoriamo, ma l’essere umano è un sistema complesso.
Un sistema vissuto da una molteplicità di bisogni, spesso ambivalenti, contraddittori, eppure tutti, in qualche modo, legittimi e sensati.

Il più delle volte, se ci osserviamo onestamente, in noi troviamo pensieri contrapposti e desideri ambivalenti.

Spinte apparentemente inconciliabili, se non opposte.

Il fatto è che in tali situazioni, non sapendo come gestire la complessità, finiamo per semplificarla sentendoci sbagliati.

Pensandoci in errore o inopportuni.

E se invece che sbagliati fossimo semplicemente umani?

Se invece che semplici e lineari, fossimo solo l’espressione di sistemi complessi che necessitano un approccio creativo anziché escludente?

Se sul piano materiale possiamo ottenere solo una cosa per volta, perché per avere una, devo escludere l’altra,
sul piano immateriale possiamo pensare la compresenza di più istanze, anche contrapposte.

Pensare e concepirle due cose opposte, nella compresenza.

Per farlo occorre imparare a moltiplicare lo sguardo.
Dando spazio alle tanti parti di noi che ci abitano.

Guardarle e farle parlare.

Saperle ascoltare senza prendere parte.

Saper stare di fronte a loro mentre si confrontano nelle rispettive diversità.

Trovare il modo di lasciarle coesistere insieme,
ognuna col suo spazio, piccolo o grande che sia.

E poi…
imparare a volere bene a ognuna di loro.
A volere bene anche alle parti scomode.

Quelle che ci hanno costretto a cambiare.
A saltare nel vuoto.
A fronteggiare il dolore di ciò che non è più,
e il terrore di ciò che non è ancora.

Tutto questo per iniziare un processo di profonda integrazione.
Accettazione.
Verità e amore verso noi stessi.
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Esistenza e vita

Esiste un dolore fondamentale, che poi è il fatto più radicale con cui l’umano deve confrontarsi nella sua vita.

Esistere, ed essere gettati nell’esistenza, esposti e vulnerabili alla morte.

Esistere, in un mondo di cose cangianti, di cose che non durano oltre l’istante e, in questa mutevolezza, non sapere a cosa appoggiarsi.

Così, l’umano, per sopportare questo fatto fondamentale e capacitarsi, ha creato delle vie: filosofia, poesia, arte, religione, spiritualità…

Tutte espressioni di un tentativo di comprendere, dare senso, uscire dallo sgomento a cui questo fatto ci inchioda, nostro malgrado.

Nel rapporto che l’individuo intrattiene con questo fatto, si gioca la sua esistenza.

Ovvero: ciò che mi dico, quello che provo e ciò che faccio in rapporto alla gettatezza, all’essere vivo, nella consapevolezza della morte e dell’impermanenza.

Le vie spirituali cercano di fornirci degli strumenti per affrontare questo fatto fondamentale nel modo più lecito possibile, al fine di liberarci dalla sofferenza, intesa come rapporto erroneo con l’esistenza.

Restiamo umani, esposti e vulnerabili, ma affrontiamo questo dolore originario in maniera lecita.
Le vie ci dicono che possiamo ridurre notevolmente la sofferenza, fino ad emanciparci da essa.

Intorno a questo fatto fondamentale che riguarda l’umano nella sua condizione esistenziale, ci sono poi le nostre storie personali: le narrazioni, le biografie, ciò che ci diciamo, ciò di cui siamo convinti, ciò per cui patiamo o ci rallegriamo, ovvero c’è la soggettività, l’individuo.

Da un lato la filosofia, dall’altro la psicologia.
Da un lato la condizione umana, universale, dall’altra la mia storia personale, la soggettività che si esprime nella mia relazione con me stesso e con il mondo.

Due livelli inevitabilmente intrecciati e interdipendenti.

Quello che credo fermamente e di cui mi convinco sempre di più è che più sono capace di emanciparmi dalla mia soggettività, tanto più ho accesso alla dimensione esistenziale nella sua liceità.

Tanto più affronto bene e in maniera conforme la dimensione relazionale, il mio rapporto con me stesso e con il mondo, tanto più ho accesso alla dimensione spirituale conoscitiva.

Per la mia esperienza, non c’è un modo per bypassare la soggettività e la sofferenza relazionale delle nostre vite di individui.
Allo stesso tempo non c’è modo di accedere alla dimensione esistenziale, in maniera conforme, se non si attraversa quella relazionale in maniera etica.

Occorre fare un lavoro sinergico:

Ripulire la nostra soggettività dagli errori di sguardo, dalle convinzioni illusorie, da pretesa, illusione e amarezza.

Insieme a ciò, coltivare la consapevolezza come strumento conoscitivo, attraverso gli strumenti che le pratiche e le filosofie più antiche ci insegnano.

Lavorare se stessi, trasformarsi nel profondo.

Emanciparci, in parte, dalla nostra soggettività, per interfacciarci con il fatto fondamentale di esistere e instaurare con esso un rapporto lecito.

Questa è la fine della sofferenza.

Essere esposti alla morte, ma non esserne terrorizzati.

Non doversi più ottundere, distrarre.

Non dover più rimuovere questa consapevolezza perché angosciante.

Non dover fuggire da sé stessi e da certi pensieri.

Imparare a stare di fronte al dolore.

A volte piangere di commozione e gratitudine, per il solo fatto di esserci.

A volte inchiodati allo sgomento, dimorare nella profonda consapevolezza che nulla può annientarci nell’essenza.

Sapere e sentire che, finché sono vivo, devo inchinarmi umilmente a questa possibilità che mi è stata concessa,
e godere di briciole di bellezza.

Pratiche contemplative

Quando meditiamo o ci approcciamo alle pratiche di raccoglimento, stiamo cercando un contatto più autentico con noi stessi, con la presenza, con la pienezza della vita.
La Meditazione e lo Yoga sono vie per imparare a stare con sé stessi, ad autoregolarsi emotivamente, a riconoscere e integrare tutte le parti di noi e, poi, per attingere a quella dimensione onnipervasiva e significativa che è la consapavolezza.

Spesso erroneamente si crede che il fine di queste pratiche sia condurci a stati pacificati della coscienza, stati trascendenti e di quiete.
Questo in parte è sicuramente vero ma, come ogni cosa richiede sforzo, determinazione, acquisizione di una tecnica, disciplina e una giusta disposizione del cuore…

Occorre attraversare gli ostacoli che naturalmente ci caratterizzano come persone e come umani. Sommati a tutti i mali e alle inerzie che questo tempo in cui viviamo ci sottopongono. E’ una vera rivoluzione, una rivoluzione trasformativa in cui decidiamo di prenderci per mano e di attraversare le nostre ombre, per venire alla luce in una versione più vera e luminosa.

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Orientarsi nel buio

“Come fare ad orientarci verso un cammino capace di avvicinarci a noi stessi, che fornisca strumenti per affrontare il disagio che patiamo in un contesto culturale nel quale non ci riconosciamo?

Andiamo a tentoni, come bambini in cerca di un adulto significativo e spesso sono le nostre parti infantili a spingerci verso percorsi solo apparentemente alternativi rispetto al sistema da cui cerchiamo di emanciparci.
Ci agganciamo a vie che si fondano sugli stessi presupposti che triggerano le nostre ferite interiori, le stesse sulle quali fanno leva politica e cultura per tenerci nella confusione, lontani da noi stessi e dalle nostre risorse interiori, le sole capaci di fare la differenza per la nostra vita.
Queste consapevolezze tuttavia non devono servirci per coltivare sentimenti di ostilità verso il sistema in cui siamo, poiché, se si è affermato, ci sono sicuramente ragioni di cui la realtà sola può rispondere e alle quali non ci resta che riconoscere piena legittimità. Al tempo stesso, oltre all’accettazione del punto di partenza, dobbiamo coltivare un atteggiamento dubitante, che metta al primo posto la nostra vita, il senso e il suo pieno valore.

Mettere la nostra vita al centro come valore assoluto significa pensarla come l’unica cosa per la quale valga la pena spendere risorse e fatiche. Lottare amorevolmente, consapevoli del punto di partenza, per un cambiamento che ci emancipi dalla sofferenza e ci orienti alla pienezza e alla soddisfazione, intesa come aderenza all’autenticità e al valore che lo stesso vivere porta con sé.
Conquistando la salda consapevolezza che questa pienezza e significanza non poggerà mai su conseguimenti o riconoscimenti esterni che potremmo ottenere, ma sarà duratura e autentica se sarà coltivata con gli strumenti più leciti e conformi che risiedono nel nostro intimo, opportunamente guidati a superare le nostre parti infantili, a riconoscere i nostri attaccamenti, a ripulire le nostre convinzioni erronee e infine il nostro sentire, trasformandolo da ostacolo a guida, a mappa intuitiva e intelligente sulla quale fare affidamento in tutta la confusione.

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La condizione del vivere

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Molto del nostro malessere oggi nasce dal fatto che viviamo, per la maggior parte del nostro tempo, in uno stato di confusione e disorientamento interiore, completamente o quasi dissociati da noi stessi e dalle parti significative di noi.

Non ci hanno insegnato, e di fatto, non esistono un’educazione, insegnanti o educatori (a parte rare eccezionalità), formati e capaci di orientarci e guidarci a fare chiarezza nel nostro sentire.

Ci sono figure come terapeuti, counselor, coach, maestri spirituali,… persone alle quali ci rivolgiamo da adulti, quando ormai molto del nostro tempo è stato caratterizzato dalla sofferenza, e questo, solo se abbiamo la fortuna di mettere in discussione il disagio in cui siamo, nel tentativo di occuparcene e magari trasformarlo, oltre che se abbiamo i mezzi per farlo…

La nostra cultura, e tutto ciò a cui veniamo formati fin da piccoli, esula da questa formazione interiore, è completamente a digiuno rispetto a un’educazione del cuore e dell’intelletto, capace di sensibilizzare e di fare leva sull’importanza del valori, dei sentimenti, della sapienza del corpo e dell’interiorità intese come bussole del nostro vivere, conoscere, scegliere.

Tutto ciò che ci viene insegnato è come maneggiare strumenti ed essere produttivi ed efficienti in una società in cui non ci riconosciamo e dalla quale non ci sentiamo sostenuti. I valori che ci vengono insegnati come fondamentali, riguardano aspetti di superficie, che non ci coinvolgono nell’intimo, ai quali non sappiamo rinunciare perché non conosciamo alternative possibili.

Insomma, sta solo a noi, a un certo punto della nostra vita, “svegliarci” da questo intorpidimento e cominciare a occuparci di noi stessi, della nostra anima, della nostra interiorità e in ultimo della nostra vita.

Come fare? quando le proposte che troviamo sono così tante da confonderci ulteriormente e quando ci manca quella stessa educazione interiore capace di orientarci a scelte allineate con consapevolezza e autenticità? (…)

Continua…

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Riflessioni sulla meditazione

Occorre conseguire una posizione stabile e comoda del corpo che non sia più fonte di disturbo per la concentrazione. Questo è possibile allenando il corpo attraverso le asana, la consapevolezza del respiro e lo yoga.

Insieme alla stabilità del corpo è necessario avere accesso ad uno stato contemplativo della mente: la capacità di restare a lungo in spazi privi di pensiero o in cui i pensieri non sono più disturbanti ma si placano sul fondo della coscienza, così come tutto il resto.

Occorre aver compreso, non razionalmente, ma attraverso una esperienza intuitiva e radicale, che i pensieri, le emozioni e tutti i fenomeni percepiti come “interni” o come “esterni” sono della stessa natura: impermanenti, inconsistenti e privi di fondamento.

Da questa base inizia la MEDITAZIONE… che fondamentalmente è un’indagine sull’esperienza umana, attraverso la consapevolezza di sé e di come l’umano si comporta profondamente, essenzialmente, nelle sue forze più profonde e radicali.

Una volta conseguita la capacità di meditare, allora inizia un percorso serio… in cui possiamo prendere coscienza della nostra RELAZIONE col mondo, con noi stessi, con l’altro da noi.

Meditando consapevolmente, con le giuste condizioni, iniziamo a riconoscere i nostri meccanismi interiori, le reazioni affettive, emotive, gli attaccamenti, le convinzioni erronee, le brame, l’avversione e le pretese su noi stessi e sul mondo… A mio parere, è solo a questo livello di pratica che stiamo cominciando a fare qualcosa di sensato e di realmente trasformativo per noi… e, solo a questo livello di consapevolezza, abbiamo qualche possibilità di far emergere e coltivare la forza della compassione.

Ma occorre “rompere” il muro della mente transitiva e accedere a dimensioni più profonde, iniziatiche…

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Cos’è lo Yoga?

Spesso si pensa che lo Yoga sia una pratica di allungamento e potenziamento muscolare, oppure un espediente per alleviare lo stress e la tensione. Questi elementi, seppur presenti, non sono il fine dello Yoga, ma piuttosto alcuni effetti benefici che si possiamo sperimentare lungo il percorso.

Lo Yoga è una pratica e una filosofia che permette al corpo e alla mente di unificarsi in uno stato contemplativo di presenza. La stessa parola Yoga significa “unione” “giogo” della mente sul corpo e su tutte le dispersioni. Yoga dunque è per prima cosa un potente mezzo di osservazione di noi stessi che si avvale del corpo e del respiro, per “raggiungere” la mente e “catturarla” in uno stato contemplativo di consapevolezza di sé.

E’ importante saperlo, perché fino a che lo Yoga è vissuto e praticato come una prestazione, una gara a perfezionare la posizione, un continuo voler sfidare i propri limiti fisici dimenticando la ricerca della presenza mentale e dell’osservazione di sé, non stiamo praticando Yoga, stiamo facendo ginnastica o comunque altro, ma non Yoga. Fare Yoga è praticare un ascolto sottile, un fare che si avvale di un “lasciar fare”, un lasciar emergere, è osservare amorevolmente, è risvegliare il sentire, è godere del corpo, è accompagnarsi alla resa, è inoltrarsi verso l’essenza di se stessi fino a sperimentare la pienezza e la meraviglia dello “stare in sé” (…)

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L’impermanenza

Finché non si comprende pienamente che l’impermanenza è la vera natura delle cose, patiremo sempre l’illusione che vi sia uno stato in cui “accasarci” e finalmente trovare pace, generando così attaccamento, avversione e pretesa. Ogni luogo, per sua natura, è semplicemente transitorio.

Questa consapevolezza tuttavia non deve portarci a vivere le cose con superficialità e un atteggiamento nichilista di fondo, per cui se tutto è transitorio, allora qualunque stato o esperienza non ha pieno valore. Occorre riscoprire la pienezza di ogni esperienza, viverne tutte le sfumature e risvegliare quel senso di stupore e gratitudine, proprio grazie alla consapevolezza dell’impermanenza. Ricordandoci che nulla è dovuto e tutto è un dono, in questo fugace passaggio che è la vita…

foto di Chaaitastic su Pexels

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Imparare a stare con sé

Sostare seduti comodamente, per un tempo prolungato, mentre il respiro diventa l’unico oggetto della nostra attenzione.
Osservando il nostro corpo e la nostra mente calmi, testimoni di pensieri, emozioni e sensazioni che ci attraversano come il passaggio delle nuvole nel cielo.

Sentire e sapere di star sentendo, di star facendo esperienza, dell’esser vivi, partecipi dell’esistenza semplicemente essendo presenti in assenza del fare.
Distinguere tra la mente che patisce e la mente che guarda il patire e commuoversi per questa incredibile possibilità.

Sperimentare un’essenza capace di elevarsi oltre la dimensione ordinaria delle forme, degli scopi e delle narrazioni, cogliendone il gioco assurdo e al contempo necessario.

Discernere che c’è un piano più sottile nell’umano in cui ogni differenza e contraddizione viene accolta, legittimata, compresa, fino a che tutto è in dialogo con tutto e non vi è più opposizione.

Sperimentare uno sguardo equanime che include in sé ogni sfumatura (di noi stessi, degli altri e del mondo) capace di elevarsi sopra la ragione e di intuire con il cuore e con le viscere che c’è una comprensione “altra”.

E infine essere grati e meravigliarsi semplicemente di poter sperimentare tutto questo, nella consapevolezza della transitorietà del tutto, poter godere di un briciolo di luce…

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Comprendere e Capire

Occorre prendere in considerazione la possibilità che esistano diversi livelli di conoscenza, di natura differente e che la conoscenza proceda per strati, più o meno profondi, a volte per salti intuitivi.
Occorre distinguere tra gli atti del capire e del conoscere: quando capisco qualcosa razionalmente trovandola sensata, e quando sperimento con tutto/a me stesso/a una comprensione profonda.

Posso capire qualcosa senza che questa abbia un effetto su di me o che mi influenzi in qualche maniera, comprendendo al contrario, vengo inevitabilmente “toccato”, perché comprendere ha a che fare col “vedere”, ovvero con il realizzare qualcosa di significativo che cambia il mio modo di vedere il mondo.
Il “capire” in questo senso si avvale dell’intelletto e della ragione e procede collegando le cause con gli effetti in maniera lineare e temporale.

Il “conoscere-comprendere” si avvale della consapevolezza, del sentire e del discernimento profondo delle cause e degli effetti in maniera circolare e atemporale. Capiamo nel tempo e con la mente, conosciamo con le viscere e nel presente. Ovviamente si tratta di semplificazioni per cercare di spiegare due processi differenti ma complessi, ma è importante provare a distinguere che siamo capaci di diverse modalità di conoscenza.

La nostra educazione e cultura enfatizza il primo modo, il capire: la scuola, l’università e in generale la cultura occidentale si fonda sul capire, sul perfezionare il calcolo attraverso la ragione e la logica, sulla prevedibilità e il tentativo di controllare e padroneggiare la tecnica, fondandosi su dinamiche di vantaggio e di profitto.

Le culture orientali come anche certi tipi di ambiti come l’arte, la poesia, la musica, la danza, il teatro e in generale la religione e la spiritualità, si fondano su forme di comprensione che includono il sentimento, l’intuizione, la contemplazione, risorse interiori che non si basano sul profitto e sul vantaggio, ma sull’etica, intesa come il riconoscimento del “bene” e del “giusto”, sulla bellezza e su una dimensione più profonda che trascende l’intelletto e si avvale di un’intelligenza corporea, del cuore e della sensibilità.

Quando meditiamo, andando a ridurre ai minimi termini la nostra esperienza di esseri umani, possiamo iniziare a sperimentare questi due piani di conoscenza e a coltivare la comprensione, risvegliando in noi un particolare “sentire” che ha a che fare con questa possibilità. In questo senso, occorre essere permeabili e determinati a “cambiare mente”, lasciando che il ragionamento faccia spazio al sentire…

Foto di Khánh Phạm: Pexels

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